Si dovrebbe fare sempre così nei giorni di pioggia, stare vicini e insieme a tanta gente, col bicchiere in mano e i dieci gradi del lambrusco nel sangue, a scaldare la voce, a far brillare gli occhi.
Così, con persone nuove mai viste prima, per lasciarsi indietro tutto il passato, quel che siamo stati e che gli altri ancora ci appiccicano addosso come le etichette sui libri scontati, che non riesci a levare neanche a morire.
Vivere così, dopo aver vinto le menate adolescenziali che ci portiamo dietro sempre, anche quando arrivano le rughe al posto dei brufoli. Mangiare cose buone, bere vino, avere accanto sempre qualcuno da abbracciare, per la gioia di vederlo, per l'allegria di stare insieme, per parlare ma anche solo per ascoltare voci umane, accenti diversi, scoppi di risa, qualsiasi cosa che non sia un silenzio.
Stendere la mano e trovarne un'altra che ti stringe, essere stanca e avere una spalla vicina su cui appoggiare la testa, aver voglia di coccole e trovare braccia aperte lì pronte, così dovrebbe essere, sempre.
Non come quei giorni in cui l'unico contatto fisico che hai è quando il negoziante ti lascia il resto in mano.
mercoledì 5 settembre 2012
venerdì 24 agosto 2012
L'estate crudele
Lo cantavano le Bananarama che l'estate è crudele.
Piena di promesse come quando da ragazzini avevamo davanti tre mesi tutti da riempire con la promessa sottile della pelle calda e abbronzata, delle labbra salate da assaggiare, dei desideri a solcare il cielo notturno di tutti i nostri "da grande farò... sarò..."
Poi grandi lo siamo diventati anche senza fare o essere tutto quello che le stelle ci avevano garantito, e siamo diventati anche più ironici e divertenti e saggi e acuti e consapevoli e disincantati oppure no, tanto è lo stesso.
Io non volevo chissà quali cose, volevo una mano da stringere forte al buio guardando in su, tanto che tutte le mie stelle, tranne una che ho regalato, si son chiamate così, con quel nome lì, sempre lo stesso. Invece questa è stata l'estate in cui finalmente ho imparato a stare bene da sola. Che è una cosa stupenda, meravigliosa, ma io da sola ci sto da tanto, e volevo proprio vedere se sarei stata capace di fare quelle cose banali che fanno tutti, tipo cercare casa con lui, sposarsi innamorati pazzi, avere un figlio in braccio e fare le foto insieme con la faccia instupidita dalla felicità, cose così insomma.
Alla prossima notte di San Lorenzo, alla prossima estate, chiederò un pony, così magari mi arriva, che so, un motorino.
Piena di promesse come quando da ragazzini avevamo davanti tre mesi tutti da riempire con la promessa sottile della pelle calda e abbronzata, delle labbra salate da assaggiare, dei desideri a solcare il cielo notturno di tutti i nostri "da grande farò... sarò..."
Poi grandi lo siamo diventati anche senza fare o essere tutto quello che le stelle ci avevano garantito, e siamo diventati anche più ironici e divertenti e saggi e acuti e consapevoli e disincantati oppure no, tanto è lo stesso.
Io non volevo chissà quali cose, volevo una mano da stringere forte al buio guardando in su, tanto che tutte le mie stelle, tranne una che ho regalato, si son chiamate così, con quel nome lì, sempre lo stesso. Invece questa è stata l'estate in cui finalmente ho imparato a stare bene da sola. Che è una cosa stupenda, meravigliosa, ma io da sola ci sto da tanto, e volevo proprio vedere se sarei stata capace di fare quelle cose banali che fanno tutti, tipo cercare casa con lui, sposarsi innamorati pazzi, avere un figlio in braccio e fare le foto insieme con la faccia instupidita dalla felicità, cose così insomma.
Alla prossima notte di San Lorenzo, alla prossima estate, chiederò un pony, così magari mi arriva, che so, un motorino.
sabato 30 giugno 2012
Come una rondine
Stasera ero ad un concerto in un chiostro. C'era tanta gente.
Ad un certo punto come mi succede da un po' mi è venuta voglia di starmene cinque minuti da sola. Sono stata così tanto tempo sola negli ultimi anni che non dovrei averne più bisogno per mezza vita almeno, e invece no, non è così.
Sono uscita con la scusa di una sigaretta, era il crepuscolo.
C'erano mille rondini che volavano a bassa quota, appena sopra la mia testa. Rapide come frecce nere scoccate da un arco, innamorate del vento, giocavano nell'aria e garrivano volteggiando eleganti e snelle.
Che poi lo so che stavano semplicemente cacciando insetti eh, lo so.
Ma erano così belle, sembravano così libere.
Così pazzamente felici.
Ad un certo punto come mi succede da un po' mi è venuta voglia di starmene cinque minuti da sola. Sono stata così tanto tempo sola negli ultimi anni che non dovrei averne più bisogno per mezza vita almeno, e invece no, non è così.
Sono uscita con la scusa di una sigaretta, era il crepuscolo.
C'erano mille rondini che volavano a bassa quota, appena sopra la mia testa. Rapide come frecce nere scoccate da un arco, innamorate del vento, giocavano nell'aria e garrivano volteggiando eleganti e snelle.
Che poi lo so che stavano semplicemente cacciando insetti eh, lo so.
Ma erano così belle, sembravano così libere.
Così pazzamente felici.
venerdì 15 giugno 2012
I giorni di vento
Arrivano improvvisi questi giorni di vento. La brezza spazza instancabile il cielo, porta nuvole che corrono furiose, svelando veloci cieli azzurri e sole e stelle sfavillanti. Fa stormire le foglie degli alberi, imitando il suono dei ruscelli e delle cascate. Spettina i capelli e fa volare come aquiloni anche i pensieri che credevi di aver riposto in qualche angolo sicuro, entra dalla finestra e ti volta le pagine del libro per dispetto.
Non mi è mai piaciuto il vento, mai. Diceva sempre mio nonno che il vento dà fastidio ai matti; ho sempre pensato che fosse un giorno come questi che mio zio, quello strano, per far vedere che era coraggioso uscì di casa saltando dalla finestra della cucina al secondo piano.
Son convinta che il vento faccia fare cose strane. Forse è per questo che mi fa paura. E allora rispondo male a tutti e prendo un altro moment per il mal di testa, mi dà fastidio la corrente e urlo stizzita "chiudi quella cazzo di porta che sbatte!", di notte non dormo, mi volto nel letto e ascolto i rami battere contro alle finestre.
Stasera ero in strada ad aspettare gli amici. Si è alzata una folata e io ho guardato in su e ho visto il cielo rosso di tramonto e la mia strada come incendiata, ed era bello. Io ero lì, pesante e un po' grigia, guardavo gli uccellini rincorrersi in aria giocando con ogni refolo d'aria e all'improvviso mi è venuta voglia di aprire le braccia e volare via, portata dal vento, come un uccellino. Lasciare tutto a terra, i ricordi le cose la gente le illusioni e farmi portare dall'aria in un posto che non so.
Ho capito anche un po' mio zio, sì, quello strano, che forse il vento ce l'ha nella testa e allora per forza che i pensieri gli si confondono a volte, ho capito le onde del mare e le barche a vela e gli aquiloni e i palloncini e le rondini ed ero quasi contenta.
Perché alla fine forse non è proprio che lo odio, il vento. Forse ho solo paura di questa voglia d'ali, di questi pensieri spettinati. Di questi inizi nuovi di quando dici, va bene, basta, volto la pagina, ricomincio.
Forse è solo paura.
Non mi è mai piaciuto il vento, mai. Diceva sempre mio nonno che il vento dà fastidio ai matti; ho sempre pensato che fosse un giorno come questi che mio zio, quello strano, per far vedere che era coraggioso uscì di casa saltando dalla finestra della cucina al secondo piano.
Son convinta che il vento faccia fare cose strane. Forse è per questo che mi fa paura. E allora rispondo male a tutti e prendo un altro moment per il mal di testa, mi dà fastidio la corrente e urlo stizzita "chiudi quella cazzo di porta che sbatte!", di notte non dormo, mi volto nel letto e ascolto i rami battere contro alle finestre.
Stasera ero in strada ad aspettare gli amici. Si è alzata una folata e io ho guardato in su e ho visto il cielo rosso di tramonto e la mia strada come incendiata, ed era bello. Io ero lì, pesante e un po' grigia, guardavo gli uccellini rincorrersi in aria giocando con ogni refolo d'aria e all'improvviso mi è venuta voglia di aprire le braccia e volare via, portata dal vento, come un uccellino. Lasciare tutto a terra, i ricordi le cose la gente le illusioni e farmi portare dall'aria in un posto che non so.
Ho capito anche un po' mio zio, sì, quello strano, che forse il vento ce l'ha nella testa e allora per forza che i pensieri gli si confondono a volte, ho capito le onde del mare e le barche a vela e gli aquiloni e i palloncini e le rondini ed ero quasi contenta.
Perché alla fine forse non è proprio che lo odio, il vento. Forse ho solo paura di questa voglia d'ali, di questi pensieri spettinati. Di questi inizi nuovi di quando dici, va bene, basta, volto la pagina, ricomincio.
Forse è solo paura.
martedì 17 aprile 2012
Ora
Qualche volta è bello ricordare. Con questo sole che sembra nuovo di zecca e l'aria ancora fredda ascolto canzoni che non dovrei sentire perché troppo piene di noi. Guardo le foto ed è come se potessi toccarti, come se fossimo ancora vicini, in tutti i sensi.
Mi ricordo i pomeriggi pigri a chiacchierare sul letto, a sentire musica, a fare l'amore. Mi piaceva, dopo, restare lì con gli occhi chiusi, la testa sul tuo petto, a sentire quel piccolo respiro profondo che fai sempre quando ti addormenti, ad annusare il profumo di pesca del tuo bagnoschiuma. Qualche volta non dormivo e guardavo i tuoi capelli sottili, la tua pelle liscia che mi sembrava d'oro. Aprivo gli occhi e cercavo di fotografare con uno sguardo tutto; il lago scintillante fuori dalla finestra, le lenzuola a fiori, le tue gambe e le tue spalle e i tuoi occhi chiusi. Poi ti svegliavi e dicevi dai, alziamoci, andiamo a mangiare, facciamo un giro, guardiamo un film, e io chiedevo sempre "ancora cinque minuti, ancora un pochino, dai, resta qui, ti racconto una storia, ti faccio i grattini, resta qui, fatti abbracciare". Ti stringevo più forte e mi sforzavo di guardare tutto, di respirare profondamente, per non perdermi niente, per fare scorta per i tempi duri.
Poi i tempi duri sono arrivati, e forse sono passati o forse no, dipende dai giorni. Le scorte sono finite, o forse no, visto che ancora sto qua a scriverne.
Ripenso a quel bagliore che avevi, che hai ancora fuori e dentro e che non è più mio.
Ci penso e quella scintilla non vorrei perderla, neanche quando fa più male.
Neanche ora.
Mi ricordo i pomeriggi pigri a chiacchierare sul letto, a sentire musica, a fare l'amore. Mi piaceva, dopo, restare lì con gli occhi chiusi, la testa sul tuo petto, a sentire quel piccolo respiro profondo che fai sempre quando ti addormenti, ad annusare il profumo di pesca del tuo bagnoschiuma. Qualche volta non dormivo e guardavo i tuoi capelli sottili, la tua pelle liscia che mi sembrava d'oro. Aprivo gli occhi e cercavo di fotografare con uno sguardo tutto; il lago scintillante fuori dalla finestra, le lenzuola a fiori, le tue gambe e le tue spalle e i tuoi occhi chiusi. Poi ti svegliavi e dicevi dai, alziamoci, andiamo a mangiare, facciamo un giro, guardiamo un film, e io chiedevo sempre "ancora cinque minuti, ancora un pochino, dai, resta qui, ti racconto una storia, ti faccio i grattini, resta qui, fatti abbracciare". Ti stringevo più forte e mi sforzavo di guardare tutto, di respirare profondamente, per non perdermi niente, per fare scorta per i tempi duri.
Poi i tempi duri sono arrivati, e forse sono passati o forse no, dipende dai giorni. Le scorte sono finite, o forse no, visto che ancora sto qua a scriverne.
Ripenso a quel bagliore che avevi, che hai ancora fuori e dentro e che non è più mio.
Ci penso e quella scintilla non vorrei perderla, neanche quando fa più male.
Neanche ora.
domenica 1 aprile 2012
Centonovantanove pezzetti
Prima o poi doveva succedere.
Sono uscita indenne da innumerevoli inferni; bianchi e asettici come ospedali, caotici come stazioni, scuri come abbandoni. Sempre con la mia testarda voglia di dare tutto, di spendere tutto nei rapporti, anche quando mi costava, quando dovevo andare contro il mio egoismo, certa che l'unica mia forza era di mostrarmi così, imperfetta e fragile come sono. Dire "ti voglio bene" per me era una promessa. Non sono mai stata io ad andarmene per prima. Mai. Onesta e sincera, aperta come un libro, dal fango della mia vita sconquassata sono sempre uscita con quel residuo di ingenuità bambina che mi faceva credere che se ti impegni e dai tutto, ottieni tutto.
Non è così.
Guardavo certe donne sempre in tiro, sempre sorridenti, mai un legame serio, sembrava che non le avesse mai sfiorate il dubbio di sentirsi inadeguate. Pensavo, ma guarda che dura, guarda che stronza, ma perché deve fingere sempre, perché non si fa vedere per quella che è davvero?
Poi sono andata in pezzi. Mille volte, prima di cedere.
E quando finalmente mi sono arresa, l'unico modo per tenere insieme i centonovantanove pezzetti che restavano era mettersi intorno una bella corazza. Un guscio traslucido che lasciasse fuori tutti, tutto, tranne me.
Ho imparato che le persone vanno e vengono. Che non c'è bisogno che io stia ad aspettare tessendo la mia tela come Penelope, perché chi va non torna, e chi ha ricevuto affetto o amore non sempre ricambia. Non c'è alcun bisogno di dare il meglio di me, di sforzarmi di essere quella che c'è sempre nonostante tutto.
Ho scoperto che chi si mostra fragile ha perso in partenza. Sempre.
In amore, in amicizia, le regole non cambiano. Mi hanno deluso entrambi, mi hanno ferito allo stesso modo.
Adesso vado in giro con la schiena più dritta, il sorriso un po' ironico. Non abbasso gli occhi davanti a nessuno, non ho bisogno di nessuno. Ogni tanto mi esce dai denti una battuta un po' cinica. Mi trucco più volentieri, sono più leggera. Non sento più nessun peso. Mi godo tutto quel che posso, senza chiedere nulla al domani. Prendo la gente per quello che è.
Anche io finalmente ho la mia buccia.
Qualche volta penso che prima ero una persona migliore, lo so che è così.
Ma, oh, prima di tutto bisogna sopravvivere.
Sono uscita indenne da innumerevoli inferni; bianchi e asettici come ospedali, caotici come stazioni, scuri come abbandoni. Sempre con la mia testarda voglia di dare tutto, di spendere tutto nei rapporti, anche quando mi costava, quando dovevo andare contro il mio egoismo, certa che l'unica mia forza era di mostrarmi così, imperfetta e fragile come sono. Dire "ti voglio bene" per me era una promessa. Non sono mai stata io ad andarmene per prima. Mai. Onesta e sincera, aperta come un libro, dal fango della mia vita sconquassata sono sempre uscita con quel residuo di ingenuità bambina che mi faceva credere che se ti impegni e dai tutto, ottieni tutto.
Non è così.
Guardavo certe donne sempre in tiro, sempre sorridenti, mai un legame serio, sembrava che non le avesse mai sfiorate il dubbio di sentirsi inadeguate. Pensavo, ma guarda che dura, guarda che stronza, ma perché deve fingere sempre, perché non si fa vedere per quella che è davvero?
Poi sono andata in pezzi. Mille volte, prima di cedere.
E quando finalmente mi sono arresa, l'unico modo per tenere insieme i centonovantanove pezzetti che restavano era mettersi intorno una bella corazza. Un guscio traslucido che lasciasse fuori tutti, tutto, tranne me.
Ho imparato che le persone vanno e vengono. Che non c'è bisogno che io stia ad aspettare tessendo la mia tela come Penelope, perché chi va non torna, e chi ha ricevuto affetto o amore non sempre ricambia. Non c'è alcun bisogno di dare il meglio di me, di sforzarmi di essere quella che c'è sempre nonostante tutto.
Ho scoperto che chi si mostra fragile ha perso in partenza. Sempre.
In amore, in amicizia, le regole non cambiano. Mi hanno deluso entrambi, mi hanno ferito allo stesso modo.
Adesso vado in giro con la schiena più dritta, il sorriso un po' ironico. Non abbasso gli occhi davanti a nessuno, non ho bisogno di nessuno. Ogni tanto mi esce dai denti una battuta un po' cinica. Mi trucco più volentieri, sono più leggera. Non sento più nessun peso. Mi godo tutto quel che posso, senza chiedere nulla al domani. Prendo la gente per quello che è.
Anche io finalmente ho la mia buccia.
Qualche volta penso che prima ero una persona migliore, lo so che è così.
Ma, oh, prima di tutto bisogna sopravvivere.
mercoledì 28 marzo 2012
La torta di caramelle
Mi piace molto cucinare.
Trovare una ricetta, andare a comprare gli ingredienti, pesare tagliare montare impastare cuocere, tutto pensando alla persona o alle persone che poi mangeranno il risultato, mi piace da matti. Il cibo per me è qualcosa in più che semplice nutrimento. È piacere, è cura di sé e dell'altro, è una coccola, una scoperta.
Quando sono triste mi piace cucinare, mi rasserena. Più di tutto amo cucinare pane, focacce, torte, lievitati in genere. C'è una poesia nel pane, nell'attesa mentre il lievito si sveglia, nelle pieghe per sostenere la maglia di glutine, nella consistenza del panetto ben impastato. Il profumo del pane mentre cuoce è la cosa più antidepressiva che potete procurarvi senza ricetta medica. Quando una ricetta è ben scritta, se segui tutte le indicazioni in modo preciso, rigoroso, non puoi sbagliare. Il risultato sarà esattamente quello promesso; non avrai brutte sorprese, mai.
Una volta ho sentito parlare di una torta con il ripieno di cioccolato e caramelle. Sapete quelle caramelle di menta a parallelepipedo? ecco, quelle lì. I miei l'avevano assaggiata e mi dicevano ahhh una torta così buona, ahhh non puoi capire quel ripieno, ahhh la meraviglia fatta torta, ahhh la consistenza... e insomma, io ho chiesto la ricetta alla signora che l'aveva preparata e ho provato a rifarla.
Niente da fare. Mancava qualcosa, o farina o fecola, ma la torta non stava insieme. Ho provato a cuocerla ugualmente, è uscita una cosa immangiabile. L'ho riprovata un bel po' di volte, cercando di inventarmi le quantità, provando a ottenere una consistenza che secondo me poteva essere giusta, ma niente, zero. Ho richiesto alla signora se non si fosse per caso dimenticata qualche passaggio, ma no, no, giurava, era proprio così, l'aveva fatta mille volte.
Alla fine ho dovuto rinunciare. Ogni tanto quando sfoglio il quaderno delle ricette mi capita sotto l'occhio questa qui e tutte le volte sospiro e scuoto la testa. È una ricetta sbagliata, non c'è niente da fare.
Anche con le persone è così. Coi rapporti è come con le ricette. Tu ci metti cura, tempo, pazienza, energia, ma purtroppo non sempre basta. Volevi una bella torta alta, soffice, con il ripieno fondente e zuccherino, invece ti esce una pappetta informe e troppo dolce. Non è colpa tua.
Sono solo ricette da non riprovare, da nascondere tra le pagine del tuo quaderno.
Ogni tanto ti capitano in mano, le riguardi e scuoti la testa. Poi giri pagina.
Sono solo ricette sbagliate.
Trovare una ricetta, andare a comprare gli ingredienti, pesare tagliare montare impastare cuocere, tutto pensando alla persona o alle persone che poi mangeranno il risultato, mi piace da matti. Il cibo per me è qualcosa in più che semplice nutrimento. È piacere, è cura di sé e dell'altro, è una coccola, una scoperta.
Quando sono triste mi piace cucinare, mi rasserena. Più di tutto amo cucinare pane, focacce, torte, lievitati in genere. C'è una poesia nel pane, nell'attesa mentre il lievito si sveglia, nelle pieghe per sostenere la maglia di glutine, nella consistenza del panetto ben impastato. Il profumo del pane mentre cuoce è la cosa più antidepressiva che potete procurarvi senza ricetta medica. Quando una ricetta è ben scritta, se segui tutte le indicazioni in modo preciso, rigoroso, non puoi sbagliare. Il risultato sarà esattamente quello promesso; non avrai brutte sorprese, mai.
Una volta ho sentito parlare di una torta con il ripieno di cioccolato e caramelle. Sapete quelle caramelle di menta a parallelepipedo? ecco, quelle lì. I miei l'avevano assaggiata e mi dicevano ahhh una torta così buona, ahhh non puoi capire quel ripieno, ahhh la meraviglia fatta torta, ahhh la consistenza... e insomma, io ho chiesto la ricetta alla signora che l'aveva preparata e ho provato a rifarla.
Niente da fare. Mancava qualcosa, o farina o fecola, ma la torta non stava insieme. Ho provato a cuocerla ugualmente, è uscita una cosa immangiabile. L'ho riprovata un bel po' di volte, cercando di inventarmi le quantità, provando a ottenere una consistenza che secondo me poteva essere giusta, ma niente, zero. Ho richiesto alla signora se non si fosse per caso dimenticata qualche passaggio, ma no, no, giurava, era proprio così, l'aveva fatta mille volte.
Alla fine ho dovuto rinunciare. Ogni tanto quando sfoglio il quaderno delle ricette mi capita sotto l'occhio questa qui e tutte le volte sospiro e scuoto la testa. È una ricetta sbagliata, non c'è niente da fare.
Anche con le persone è così. Coi rapporti è come con le ricette. Tu ci metti cura, tempo, pazienza, energia, ma purtroppo non sempre basta. Volevi una bella torta alta, soffice, con il ripieno fondente e zuccherino, invece ti esce una pappetta informe e troppo dolce. Non è colpa tua.
Sono solo ricette da non riprovare, da nascondere tra le pagine del tuo quaderno.
Ogni tanto ti capitano in mano, le riguardi e scuoti la testa. Poi giri pagina.
Sono solo ricette sbagliate.
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