Qualche volta è bello ricordare. Con questo sole che sembra nuovo di zecca e l'aria ancora fredda ascolto canzoni che non dovrei sentire perché troppo piene di noi. Guardo le foto ed è come se potessi toccarti, come se fossimo ancora vicini, in tutti i sensi.
Mi ricordo i pomeriggi pigri a chiacchierare sul letto, a sentire musica, a fare l'amore. Mi piaceva, dopo, restare lì con gli occhi chiusi, la testa sul tuo petto, a sentire quel piccolo respiro profondo che fai sempre quando ti addormenti, ad annusare il profumo di pesca del tuo bagnoschiuma. Qualche volta non dormivo e guardavo i tuoi capelli sottili, la tua pelle liscia che mi sembrava d'oro. Aprivo gli occhi e cercavo di fotografare con uno sguardo tutto; il lago scintillante fuori dalla finestra, le lenzuola a fiori, le tue gambe e le tue spalle e i tuoi occhi chiusi. Poi ti svegliavi e dicevi dai, alziamoci, andiamo a mangiare, facciamo un giro, guardiamo un film, e io chiedevo sempre "ancora cinque minuti, ancora un pochino, dai, resta qui, ti racconto una storia, ti faccio i grattini, resta qui, fatti abbracciare". Ti stringevo più forte e mi sforzavo di guardare tutto, di respirare profondamente, per non perdermi niente, per fare scorta per i tempi duri.
Poi i tempi duri sono arrivati, e forse sono passati o forse no, dipende dai giorni. Le scorte sono finite, o forse no, visto che ancora sto qua a scriverne.
Ripenso a quel bagliore che avevi, che hai ancora fuori e dentro e che non è più mio.
Ci penso e quella scintilla non vorrei perderla, neanche quando fa più male.
Neanche ora.
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martedì 17 aprile 2012
sabato 24 marzo 2012
Un caffè
Sono tornata nell'ultimo posto dove siamo stati io e te insieme.
Non ho fatto apposta, è capitato.
Il nostro tavolo era vuoto e io guardavo la sedia dove eri seduto tu, quel giorno, e mi sembrava quasi di vederti.
C'era il sole e le margherite e un sacco di bambini che correvano ridendo e gli alberi alti e scuri coi piccoli germogli verdi ed era talmente primavera che faceva quasi male.
Lì vicino c'era un ragazzo indiano che vendeva palloncini.
Mi sono seduta e ho preso un caffè e una bottiglietta di acqua gasata. Ogni tanto pensavo a te e guardavo il cielo, mi capita sempre questa cosa di ricordarmi di te e guardare in su, vai a saperlo il perché.
Poi ho visto un palloncino impigliato tra i rami, proprio sopra alla seggiola dove sei ancora seduto, in quella foto che ho fatto tanto tempo fa.
Poi il caffè non era buono come mi ricordavo.
Poi sono arrivati altri cinque indiani e hanno cominciato a litigare e a spintonarsi col venditore di palloncini e intanto un papà sgridava sua figlia a voce alta, in dialetto.
Allora era sempre primavera, ovviamente, ma non più così tanto.
Mi sono alzata e sono andata via.
Non mi sono voltata indietro neanche per un attimo.
Non ho fatto apposta, è capitato.
Il nostro tavolo era vuoto e io guardavo la sedia dove eri seduto tu, quel giorno, e mi sembrava quasi di vederti.
C'era il sole e le margherite e un sacco di bambini che correvano ridendo e gli alberi alti e scuri coi piccoli germogli verdi ed era talmente primavera che faceva quasi male.
Lì vicino c'era un ragazzo indiano che vendeva palloncini.
Mi sono seduta e ho preso un caffè e una bottiglietta di acqua gasata. Ogni tanto pensavo a te e guardavo il cielo, mi capita sempre questa cosa di ricordarmi di te e guardare in su, vai a saperlo il perché.
Poi ho visto un palloncino impigliato tra i rami, proprio sopra alla seggiola dove sei ancora seduto, in quella foto che ho fatto tanto tempo fa.
Poi il caffè non era buono come mi ricordavo.
Poi sono arrivati altri cinque indiani e hanno cominciato a litigare e a spintonarsi col venditore di palloncini e intanto un papà sgridava sua figlia a voce alta, in dialetto.
Allora era sempre primavera, ovviamente, ma non più così tanto.
Mi sono alzata e sono andata via.
Non mi sono voltata indietro neanche per un attimo.
venerdì 16 marzo 2012
Le cose che ho imparato
Ho imparato che dalla gente non devi aspettarti niente. Ma non come se fosse una cosa brutta, eh, no.
Le persone sono come le piante, un melo non potrà mai e poi mai darti albicocche, non potrebbe neanche se lo volesse. Ti darà mele, sempre mele, più o meno buone secondo il tempo, la stagione, la terra in cui vive. Io l'ho imparato adesso, io che voglio i fichi dai meli e le pesche dalle viti, voglio tutto da tutti, in tutte le stagioni, e invece non si fa così, non si può, non è giusto. È una legge della natura, ognuno dà quel che può dare, è sciocco arrabbiarsi se le aspettative sono sbagliate.
Ho imparato che sono capace di stare da sola. Non credevo, ma è così. Preferisco di no, ma se capita riesco. Poi sola sola non ci resto mai, perché va a finire che alla fermata dell'autobus parlo coi vecchietti, per strada sorrido ai bambini piccoli finchè non mi chiamano per farmi ciao con la mano, al supermercato chiacchiero con le persona in fila e con le cassiere e insomma, non sto mai zitta e a volte parlo anche coi gatti o addirittura coi miei fiori (forse non dovrei dirlo, non figuro bene, ma qualche volta anche loro hanno bisogno di incoraggiamento, non è mica facile neanche essere un fiore, di questi tempi).
Ho imparato che non è vero che tutto passa. Passano le cose, il tempo, le mode, le sensazioni, i treni. Ma certi sentimenti non passano, non si affievoliscono, sono come i diamanti; niente può scalfirli. Diventano parte di te, del tuo essere, come un pezzo che mancava trovano il loro posto e basta, stanno lì.
Si impara a non cercare più di combatterli, a volerli distruggere. Puoi solo metterli da una parte, accettarli come un rumore di fondo.
Alla sera, quando il sole scende, senti una piccola malinconia, come un frullo d'ali nel torace, ed ecco che ti ricordi, che li percepisci. Non fanno neanche più male, quasi.
Mentre il sole scompare, ci pensi ancora un po', guardando il cielo rosso e arancio. Sospiri e vai avanti, e ridi lo stesso, e viene primavera ugualmente, e le stelle son sempre bellissime, e il mondo gira esattamente come prima.
Le persone sono come le piante, un melo non potrà mai e poi mai darti albicocche, non potrebbe neanche se lo volesse. Ti darà mele, sempre mele, più o meno buone secondo il tempo, la stagione, la terra in cui vive. Io l'ho imparato adesso, io che voglio i fichi dai meli e le pesche dalle viti, voglio tutto da tutti, in tutte le stagioni, e invece non si fa così, non si può, non è giusto. È una legge della natura, ognuno dà quel che può dare, è sciocco arrabbiarsi se le aspettative sono sbagliate.
Ho imparato che sono capace di stare da sola. Non credevo, ma è così. Preferisco di no, ma se capita riesco. Poi sola sola non ci resto mai, perché va a finire che alla fermata dell'autobus parlo coi vecchietti, per strada sorrido ai bambini piccoli finchè non mi chiamano per farmi ciao con la mano, al supermercato chiacchiero con le persona in fila e con le cassiere e insomma, non sto mai zitta e a volte parlo anche coi gatti o addirittura coi miei fiori (forse non dovrei dirlo, non figuro bene, ma qualche volta anche loro hanno bisogno di incoraggiamento, non è mica facile neanche essere un fiore, di questi tempi).
Ho imparato che non è vero che tutto passa. Passano le cose, il tempo, le mode, le sensazioni, i treni. Ma certi sentimenti non passano, non si affievoliscono, sono come i diamanti; niente può scalfirli. Diventano parte di te, del tuo essere, come un pezzo che mancava trovano il loro posto e basta, stanno lì.
Si impara a non cercare più di combatterli, a volerli distruggere. Puoi solo metterli da una parte, accettarli come un rumore di fondo.
Alla sera, quando il sole scende, senti una piccola malinconia, come un frullo d'ali nel torace, ed ecco che ti ricordi, che li percepisci. Non fanno neanche più male, quasi.
Mentre il sole scompare, ci pensi ancora un po', guardando il cielo rosso e arancio. Sospiri e vai avanti, e ridi lo stesso, e viene primavera ugualmente, e le stelle son sempre bellissime, e il mondo gira esattamente come prima.
giovedì 1 marzo 2012
Lambrusco
Stasera bevo alla mia salute.
Mi verso il vino in un bicchiere qualsiasi. Un vino della mia terra, un rosso porpora che i sommelier alla moda disdegnerebbero di certo. Ne bevo grandi sorsate, senza centellinarlo, a piena gola.
E a piena gola rido, sento il suo sapore di more, di lamponi, di fragole mature, sento le bollicine leggere che frizzano sulla lingua. Poi arriva l'amaro del tannino, che asciuga la bocca, ma non troppo.
Brindo a me, perchè oggi è tutto diverso.
Sospiro di sollievo, finisco il bicchiere, ne verso ancora.
Oggi mi svesto di tutto, dell'attesa, della tristezza, dei ricordi, delle speranze. Sono come vestiti invernali troppo pesanti, oramai, in quest'aria nuova. Oggi smetto di chiedermi il perché. Non voglio più essere quella che piange e che non riesce a mangiare o a dormire mentre tu ridi e fai l'amore con un'altra.
Da oggi voglio essere diversa.
Faccio un altro brindisi e mi prometto di cercare la felicità tenacemente; nei libri, nelle canzoni, nei cibi buoni e nei vini che amo, nei fiori e negli angoli di luce, nell'acqua. In tutte le cose da cui posso prenderla, cercherò la gioia, strappandola coi denti a questa vita bella e crudele che non mantiene mai le sue promesse.
Giuro solennemente di mettere tutto in un cassetto e di ricominciare.
Sono un po' ammaccata sì, ma le cicatrici non sono mortali. Sono viva, dopotutto.
Sono ancora qui, golosa di vita, ancora sognatrice tenera e esigente, forte e sola e tranquilla.
Bevo, e mando giù tutto insieme al vino: le parole che mi hanno ferito, i silenzi, i rifiuti, tutto.
Basta ripensare, basta girare in tondo intorno a te.
Non mi interessa più. Troppo tempo è passato, troppa vita. Niente più importa.
Appoggio il bicchiere, e ti lascio andare. Vai per la tua strada, non ti trattengo più. Non avrei mai lasciato la tua mano, mai, se solo tu avessi stretto forte la mia. Lo sai.
Non mi trattieni più.
La vita chiama forte il mio nome, il mio nome solo.
Rispondo.
Adesso è il mio turno.
Mi verso il vino in un bicchiere qualsiasi. Un vino della mia terra, un rosso porpora che i sommelier alla moda disdegnerebbero di certo. Ne bevo grandi sorsate, senza centellinarlo, a piena gola.
E a piena gola rido, sento il suo sapore di more, di lamponi, di fragole mature, sento le bollicine leggere che frizzano sulla lingua. Poi arriva l'amaro del tannino, che asciuga la bocca, ma non troppo.
Brindo a me, perchè oggi è tutto diverso.
Sospiro di sollievo, finisco il bicchiere, ne verso ancora.
Oggi mi svesto di tutto, dell'attesa, della tristezza, dei ricordi, delle speranze. Sono come vestiti invernali troppo pesanti, oramai, in quest'aria nuova. Oggi smetto di chiedermi il perché. Non voglio più essere quella che piange e che non riesce a mangiare o a dormire mentre tu ridi e fai l'amore con un'altra.
Da oggi voglio essere diversa.
Faccio un altro brindisi e mi prometto di cercare la felicità tenacemente; nei libri, nelle canzoni, nei cibi buoni e nei vini che amo, nei fiori e negli angoli di luce, nell'acqua. In tutte le cose da cui posso prenderla, cercherò la gioia, strappandola coi denti a questa vita bella e crudele che non mantiene mai le sue promesse.
Giuro solennemente di mettere tutto in un cassetto e di ricominciare.
Sono un po' ammaccata sì, ma le cicatrici non sono mortali. Sono viva, dopotutto.
Sono ancora qui, golosa di vita, ancora sognatrice tenera e esigente, forte e sola e tranquilla.
Bevo, e mando giù tutto insieme al vino: le parole che mi hanno ferito, i silenzi, i rifiuti, tutto.
Basta ripensare, basta girare in tondo intorno a te.
Non mi interessa più. Troppo tempo è passato, troppa vita. Niente più importa.
Appoggio il bicchiere, e ti lascio andare. Vai per la tua strada, non ti trattengo più. Non avrei mai lasciato la tua mano, mai, se solo tu avessi stretto forte la mia. Lo sai.
Non mi trattieni più.
La vita chiama forte il mio nome, il mio nome solo.
Rispondo.
Adesso è il mio turno.
lunedì 27 febbraio 2012
Un elefante in una cristalleria
Il fatto è che io quando sento parlare del famoso elefante in una cristalleria mi sento sempre un po' confusa.
Normalmente ci si riferisce ad un essere grande e sgraziato che ciecamente distrugge piccoli bicchieri delicati, vasi trasparenti, effimere opere d'arte cristallina.
Io invece penso ad una creatura possente troppo lontana da casa sua, mortificata e costretta dentro ad uno spazio angusto, ferita da milioni di piccole schegge affilate.
Sono strana io, lo so.
Normalmente ci si riferisce ad un essere grande e sgraziato che ciecamente distrugge piccoli bicchieri delicati, vasi trasparenti, effimere opere d'arte cristallina.
Io invece penso ad una creatura possente troppo lontana da casa sua, mortificata e costretta dentro ad uno spazio angusto, ferita da milioni di piccole schegge affilate.
Sono strana io, lo so.
domenica 26 febbraio 2012
Le mie parole
Sono sparite tutte le parole.
I nomi delle cose non li ricordo più, scivolano liquidi tra le mie dita mentre provo ad afferrarli.
Non capisco quel che succede, perché non riesco a chiuderlo in una frase che abbia senso compiuto. La realtà sfarfalla davanti ai miei occhi, diafana come un miraggio. Non so dire niente di me, tranne qualche riga che esce a fatica, incompleta, riluttante. Mi sembra a volte di pensare in una lingua non mia.
Sei andato via, e come ha fatto il pifferaio magico coi bambini della favola, ti sei preso le mie parole.
Le ho usate così tanto per te, come carezze come corazze come soldati o come spine o come cibo o come sorrisi, che ti si sono incollate addosso, dimentiche di chi le aveva mandate. Ora puoi darle a chi vuoi, a chiunque.
Sono un po' lise ma buone e forti. Non sono più mie.
Io resto qui, a disegnare arabeschi in aria, col dito.
I nomi delle cose non li ricordo più, scivolano liquidi tra le mie dita mentre provo ad afferrarli.
Non capisco quel che succede, perché non riesco a chiuderlo in una frase che abbia senso compiuto. La realtà sfarfalla davanti ai miei occhi, diafana come un miraggio. Non so dire niente di me, tranne qualche riga che esce a fatica, incompleta, riluttante. Mi sembra a volte di pensare in una lingua non mia.
Sei andato via, e come ha fatto il pifferaio magico coi bambini della favola, ti sei preso le mie parole.
Le ho usate così tanto per te, come carezze come corazze come soldati o come spine o come cibo o come sorrisi, che ti si sono incollate addosso, dimentiche di chi le aveva mandate. Ora puoi darle a chi vuoi, a chiunque.
Sono un po' lise ma buone e forti. Non sono più mie.
Io resto qui, a disegnare arabeschi in aria, col dito.
giovedì 16 febbraio 2012
Improvviso
Improvviso e inaspettato, arriva un giorno così.
Il cielo pare un lenzuolo azzurro messo ad asciugare, il sole ti costringe ad alzare la testa, a respirare a fondo, con gli occhi chiusi. L'aria accarezza i rami nudi, bisbigliando parole che sanno di foglie.
La neve copre ancora la terra, quasi volesse chiederle di continuare a dormire. I semi obbedienti, nel buio, sognano radici e germogli.
Sembra già primavera.
Fuori.
Il cielo pare un lenzuolo azzurro messo ad asciugare, il sole ti costringe ad alzare la testa, a respirare a fondo, con gli occhi chiusi. L'aria accarezza i rami nudi, bisbigliando parole che sanno di foglie.
La neve copre ancora la terra, quasi volesse chiederle di continuare a dormire. I semi obbedienti, nel buio, sognano radici e germogli.
Sembra già primavera.
Fuori.
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